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giovedì 15 aprile 2010

News dal fronte

Cari amici di Sentieri Alpini, vi informo che anche il nostro team ha partecipato al premio D2T START CUP. Purtroppo però non siamo stati selezionati per essere fra i 10 finalisti, ai quali dedichiamo un grande "in bocca al lupo"!

Il premio D2T START CUP ed il Premio Ambiente Euregio 2009 sono state due occasioni "locali" che abbiamo colto per capire meglio dove puntare. Speriamo di riuscire al più presto ad attivare una prima versione del servizio, senza cadere ancora una volta nell'errore di voler avere tutto, subito e perfetto.

Colgo anche l'occasione per congratularmi con Cristian Stenico ed Alessio Colombo, due membri del nostro team che hanno da poco conseguito una laurea specialistica in Informatica. Sempre avanti!

a nome di tutto il team,
Michele Dallachiesa

giovedì 1 aprile 2010

Trentofilmfestival: 300 pellicole in gara


TRENTO -- Sono oltre trecento le pellicole iscritte e esaminate dalla giuria del Trentofilmfestival, la più importante rassegna internazionale sul cinema di montagna giunta quest'anno alla 58esima edizione.

Il Festival quest'anno si terrà dal 29 aprile al 9 maggio, sotto la direzione artistica di Maurizio Nichetti. Si tratterà dell'ultima volta alla direzione per Nichetti che ha annunciato l'intenzione di voler lasciare il ruolo.
La rassegna avrà tra le anteprime il celebre 'Nanga Parbat" di Reinhold Messner e Joseph Vilsmaier, in lingua italiana. Fra le pellicole anche "L'ultima salita" di Elisabetta Sgarbi, terzo documentario della sua trilogia sulla scultura sacra.
Protagonisti del concorso saranno filmati provenienti da tutto il mondo selezionati per l‘originalità della narrazione o il modo di raccontare la montagna e il rapporto uomo-natura.
Ad aprire il 58° TrentoFilmfestival, venerdì 30 aprile 2010 all’Auditorium S. Chiara, sarà, come da tradizione, la proiezione di un film muto musicato dal vivo. In programma Der Heilige Berg (La montagna sacra), film del 1926 firmato da Arnold Fanck, uno dei maestri del Bergfilm, e interpretato da Leni Riefenstahl e Luis Trenker.
La colonna sonora originale composta da Edmund Meisel sarà eseguita dall’Orchestra regionale Haydn di Bolzano e Trento diretta dal maestro Helmut Imig.

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lunedì 1 marzo 2010

Intervista a Iker Pou


Iker Pou, uno dei più forti rappresentanti dell'arrampicata mondiale, spiega in quest'intervista i suoi pensieri verticali dopo la recente ripetizione di Demencia Senil 9a+ a Margalef.
La scorsa settimana lo spagnolo Iker Pou è riuscito a ripetere Demenica Senil, l'ultra-verticale 9a+ di Margalef liberato da Chris Sharma nel febbraio 2009 a Margalef. Il 33enne basco è ovviamente uno dei più forti climber al mondo, e il suo curriculum spazia dalle vie sportive super difficili come la classica Action Direct di Wolfgang Güllich alle vie alpinistiche di grande classe, come la Supercanaleta sul Fitz Roy e Eternal Flame alle Torri del Trango. E' ovvio quindi che Iker è molto più che una potenza sulle piccole prese...

Iker, ogni anno diventi sempre più forte... Qual è il tuo segreto?
Penso che la cosa più importante sia la motivazione. L'anno scorso ero molto motivato e felice di arrampicare, proprio come quando ho iniziato tanti anni fa. Ora conosco anche meglio i miei limiti e le mie possibilità fisiche e così riesco a pianificare la stagione di arrampicata meglio di prima.

Come sei riuscito a venire a capo di Demencia Senil?
Il motivo principale per cui sono riuscito a farla è che abbiamo avuto un inverno molto brutto qui in Spagna, il che significa che ho trascorso settimane allenandomi in palestra. Solitamente non mi alleno mai sulla plastica, arrampico sempre fuori. Però arrampicando in palestra si diventa più forti più in fretta e quando finalmente è arrivato il bel tempo, ero molto motivato a provare la via. In futuro vorrei provare qualcosa di più, come un 9b.

Quanto è difficile migliorare, passando da 9a al 9a+ per esempio. Oppure dal 9a+ al 9b?
Migliorare dal 9a al 9a+ è molto, molto difficile. Più alta è la difficoltà, più hai bisogno di trovare una via che si adatta alle tue capacità. Ma i gradi in arrampicata sportiva sono una cosa delicata, non sono una scienza esatta. Ciò che è importante è essere onesti con se stessi. E per rispondere alla tua domanda riguardo al miglioramento dal 9a+ al 9b - al momento mi sembra futuristico!

Che valore dai ad una prima salita?
Per me fare una prima salita non è poi così importante. Penso che la cosa importante sia chiudere una via! Non è un problema se sono il primo o l'ultimo, ma posso capire che se pianti gli spit sulla via, ed è una bella linea, a volte fa piacere essere il primo.

Che cosa ti piace di una via?
Sono impressionato dalla bellezza di una linea e se è naturale. E se la via è breve, va ancora meglio!

Breve ed intensa!
Sì, sicuramente mi piacciono le vie di forza pura. Sulle vie brevi ti confronti con l'alta difficoltà richiesta dalle tacche microscopiche, dai buchi difficili... hai davvero bisogno di forza pura. Sulle vie di resistenza non incontri mai l'estrema difficoltà, solitamente hanno grandi prese e le linee tendono ad essere molto strapiombanti. Forse vie come Golpe de Estado di Chris Sharma rappresentano il futuro: una lunga via composta da tantissime sezioni davvero molto difficili.

Con vie come Supercanaleta ed Eternal Flame, sei sicuramente molto di più di super atleta dell'arrampciata sportiva!
Negli ultimi anni ho concentrato i miei sforzi sulle grande pareti. Mi piace molto l'intera avventura che ruota attorno a queste salite, visitare posti nuovi, incontrare persone nuove, viaggiare in tutto il mondo.

Ma anche l'arrampicata sportiva offre questo...
Sì, ma con questo tipo di scalata non è possibile provare le sensazioni che si possono trovare in montagna. Ho capito che ho bisogno di una spedizione all'anno, come quella dello scorso anno a Chani Chico. Ho bisogno di avventura!

L'estate scorsa hai trovato l'avventura più vicino a casa, sul Naranjo de Bulnes. Quello che rende la vostra via Orbayu speciale è che è anche psicologica, con lunghi run-outs. Come fai a valutare il rischio?
Sulla via Orbayu mio fratello Eneko ed io abbiamo subito capito che era molto esposta, ma abbiamo anche visto che era possibile. Se fosse stato troppo duro, o troppo pericoloso, avremmo cercato qualcosa di più facile. Valutiamo sempre ogni situazione attentamente e decidiamo assieme che cosa stiamo facendo!

Tu e tuo fratello formate una grande cordata, siete sempre assieme...
Arrampichiamo insieme perché abbiamo iniziato insieme e conosciamo veramente bene sia i nostri pregi sia i nostri difetti. Ci capiamo bene, sia nella vita sia nell'arrampicata. Credo che siamo un team perfetto, ci divertiamo un sacco assieme.

Con Eneko hai anche salito The Nose su El Capitan in Yosemite. 32 dei 34 tiri sono filati lisci. Tornerai mai per liberare anche quei 2 tiri rimasti?
Sì, vorrei tornare a riprovare The Nose, ma non adesso. E' una via incredibile, ma ha un tiro, Changing Corners, che è molto tecnico e liscio. Bisogna provarlo un sacco di tempo per imparare bene i movimenti... ti fa davvero disperare! Non è un problema di potenza, anzi è soprattutto molto tecnico... Forse qualcosa da provare nei prossimi anni.

Una domanda di poca importanza: quando hai ripetuto Wallstreet hai scelto di farlo seguendo la versione originale, ripetuta raramente. Come mai?
Per me Wallstreet rappresenta una via leggendaria. Ho sognato di salirla da quando ero giovane, quindi quando è finalmente arrivata l'occasione di salirla, volevo farlo nella sua versione originale. Wallstreet per me è la versione originale, ma so che la gente è libera di salire una via come meglio crede.

Lo stesso discorso vale anche per un'altra via di Wolfgang Gullich, Action Direct, di cui ha fatto la terza salita nel 2000. Se non erro, soltanto l'inglese Rich Simpson ha usato la stessa sequenza di Wolfgang...
Sì, su Action Direct ho usato una sequenza diversa da Wolfgang, ma credo che la differenza in questo caso sia piccola perché sono pochi i movimenti diversi. Mentre su Wallstreet se sali a destra cambi totalmente la via; rimane sempre molto difficile, ma è una cosa diversa. Ma tutti sono liberi di scegliere l'opzione migliore per se stessi e questo è la cosa migliore dell'arrampicata, non ci sono né regole né arbitri.

Arrampicare senza corda è un altro aspetto del nostro sport
Per me quelli che arrampicando slegati devono avere una mente speciale e meriti diversi. Ma a me personalmente non piace arrampicare senza la corda - si vive una volta sola e la vita è già così breve!

Parlaci del tuo giorno perfetto?
Avere un giorno intero dedicato soltanto ad andare a scalare, con gli amici, in buona compagnia, divertendosi. E' così semplice.

Mentre quando finalmente vai a letto, cosa sogni?
A volte, quando sono molto concentrato su un progetto sogno i movimenti. Ma solitamente questo accade soltanto quando sono molto vicino a chiudere la via. Adesso sto sognando una bella donna!


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McKinley, donna tenta prima invernale


TALKEETNA, Usa -- Vuol essere la prima donna al mondo ad aver salito d'inverno il McKinley, la montagna più alta del Nord America. Si chiama Christine Feret, è francese, ha 42 anni, ed è nientemeno che la compagna del primo salitore invernale della montagna Artur Testov, che la accompagnerà nell'impresa. La coppia è partita pochi giorni fa per tentare di raggiungere la gelida e impervia vetta di 6.194 metri, che sorge nell'Alaska Range vicino al Circolo Polare Artico.
"Se tutto va bene dovremmo non dovremmo tornare comunque prima di 4 settimane" ha detto la Feret prima di partire. Lei e Testov, che vivono in Alaska e lavorano insieme, sono stati trasportati in elicottero sul Kahiltna Glacier, a circa 2000 metri di quota, il 22 febbraio. Da allora camminano sul ghiacciaio, trainando slitte da 120 chili ciascuno con i materiali alpinistici e le scorte di cibo.

La vetta dovrebbe quindi arrivare poco prima dello scadere dell'inverno, che cade il 21 marzo. Nessuna donna è mai riuscita nè ha tentato di salire il McKinley nella stagione fredda, e la storia della montagna pare conti, ad oggi, solo una invernale maschile conclusa con successo, oltre a diversi tentativi falliti alcuni dei quali si sono conclusi in tragedia.

L'inverno, a quella latitudine, è infatti una stagione che definire proibitiva è un eufemismo: giornate con 4-5 ore di luce, temperature di oltre 40 gradi sottozero. La traccia non è battuta e non c'è nessun'anima viva al campo base, che d'estate è popolato di ranger e tecnici del soccorso.

Testov, insieme a Vladimir Ananich, compì la prima invernale della montagna nel gennaio del 1998 dopo decenni di tentativi falliti e tragedie. I due salirono per la via normale, la West Buttress, e dovettero scavare 14 trune nella neve in 3 settimane. La via, poco tecnica ma molto lunga, sarà la stessa nel tentativo con la Feret.

"Ogni giorno cammineremo il più possibile - racconta la Feret - e poi scaveremo un buco nella neve dove passare il resto della giornata. Abbiamo un piccola tenda tubolare per sicurezza, ma la useremo solo in caso di emergenza. Abbiamo pale affilate e adatte a spaccare il ghiaccio. E Artur ha portato con sè la scala per superare i crepacci".

La Feret ha salito due volte il McKinley la scorsa estate per prendere confidenza con la montagna. Ora è partita per il suo tentativo invernale: ha dedicato l'impresa a sua figlia "Lascia da parte le paure, e vivi i tuoi sogni - ha detto l'alpinista francese -. Sarà un'avventura fantastica e molto selvaggia. Essere la prima donna a tentarla mi dà certamente mi dà un pizzico di eccitazione, ma scalare questa splendida montagna in un ambiente estremo è già abbastanza eccitante per me

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martedì 26 gennaio 2010

Himalaya: i ghiacciai non spariranno nel 2035


NEW YORK, Usa -- Contrordine compagni. I ghiacciai dell'Himalaya non si scioglieranno entro il 2035 come aveva invece previsto l'Ipcc (Gruppo intergovernativo dell'Onu sul cambiamento climatico), premio Nobel per la pace nel 2007. E' stato l'Ipcc stesso a fare retromarcia e a porgere le scuse all'India per l'improvvida previsione datata 2007.

Una previsione che dava per certo, con l'attuale tendenza al riscaldamento climatico, lo scioglimento delle masse glaciali nei prossimi 25 anni, con conseguenze drammatiche sulla vita di circa 2 miliardi di persone che vivono con l'acqua che scende dalla catena montuosa più alta del mondo. La ricerca era stata fortemente criticata dal ministro dell'Ambiente indiano Jairam Ramesh, che attraverso il quotidiano Times of India aveva accusato lo studio di "mancanza di dati scientifici".
Ora, l'organismo delle Nazioni Unite, per voce del suo direttore Chris Field, riconosce l'errore e corre ai ripari. A breve renderà pubblico un nuovo studio che conterrà date diverse.
I ghiacciai himalayani, confermano diversi studi, stanno perdendo massa. Ma non al ritmo sostenuto dall'Ipcc. In una recente conferenza internazionale sul clima, è emerso che al passo attuale i ghiacciai himalayani si scioglieranno del 30 per cento entro il 2030, del 40 entro il 2050 e del 70 entro la fine del secolo. Cifre molto diverse da quelle rese note dall'Ipcc.
Lo scivolone dell'Ipcc è il secondo nel giro di pochi mesi. Segue a ruota lo scandalo dei dati "gonfiati" per evidenziare meglio il riscaldamento globale, finito su tutti i giornali del mondo.
Che il pianeta stia attraversando una fase di riscaldamento globale è fuori di dubbio. Ma sono le stime sul suo andamento ad essere messe in forte discussione. In uno studio che sarà prossimamente pubblicato dal Journal of Climate, rivista dell'American Meteorological Society, si evidenzia che, in base ai modelli attuali, dall'inizio dell'era industriale a oggi l'immissione nell'atmosfera di anidride carbonica avrebbe dovuto provocare un aumento della temperatura ben più alto di quello effettivamente registrato.
Rispetto alla quantità di CO2 emessa, la temperatura sarebbe dovuta aumentare di 2,11 gradi Celsius, invece è aumentata di 0,78. Secondo gli autori dello studio, guidati da Stephen Schwartz del Brookhaven National Laboratory, ciò è dipeso dall'interazione di diversi fattori. Il primo è che la Terra sarebbe meno sensibile all'aumento dei gas serra di quanto ipotizzato. Il secondo è che la riflessione dei raggi solari dovuta al pulviscolo atmosferico starebbe facendo diminuire il riscaldamento. Il terzo, che l'inerzia del riscaldamento dovuto ai gas serra è maggiore del previsto, anche se gli ultimi studi hanno fatto calare il ruolo di questo ultimo fattore.
In sintesi, conosciamo ancora poco di questo fenomeno. Gli scienziati sanno che la rotta va cambiata, ma non sanno ancora di quanti gradi effettuare la virata e soprattutto quando girare il timone.
Per questo gli esperti italiani del Comitato EvK2Cnr stanno raccogliendo una quantità considerevole di dati attraverso la rete di monitoraggio ad alta quota Share. I dati, resi disponibili alla comunità internazionale, serviranno per eleborare modelli previsionali più precisi di quelli attuali.


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Geoparchi italiani a confronto, a Montagne


“Pianificazione e comunicazione”, sono questi i temi del 2° Workshop dei Geoparchi in Italia che si terrà, il 18 e 19 febbraio 2010, presso la Casa-natura “Villa Santi”, la nuova struttura residenziale del Parco Naturale Adamello Brenta, nel Comune di Montagne. Il seminario si propone come un'opportunità per consolidare i rapporti tra i geoparchi italiani (il Parco Naturale Adamello Brenta è un Geoparco Unesco dal 2008), affrontare problematiche comuni e condividere esperienze e progetti. Un secondo obiettivo è quello di avviare nuove collaborazioni con i parchi italiani che hanno presentato la propria candidatura e stanno per entrare nella Rete europea e mondiale dei geoparchi Unesco (European geopark network-Egn). Dal punto di vista operativo, il workshop di febbraio a "Villa Santi" sarà l'occasione per discutere della pianificazione e gestione del patrimonio geologico, cominciando a lavorare sulla creazione di una banca dati comune relativa agli strumenti della comunicazione.

La due giorni sarà preceduta dall'insediamento ufficiale del Forum dei Geoparchi italiani, alla costituzione del quale sta lavorando l'Egn.

Parteciperanno al workshop: Claudio Ferrari (direttore del Parco Naturale Adamello Brenta), che relazionerà sulla pianificazione e gestione del patrimonio geologico dell'Adamello Brenta Geopark (Abg) attraverso il Piano d'azione; Nickolas Zouros (coordinatore della Rete europea dei geoparchi), che aggiornerà sullo stato dell'arte delle reti internazionali dei geoparchi; Maurizio Burlando (direttore del Parco Regionale del Beigua), che presenterà il Forum dei geoparchi in Italia; Angiola Turella (Provincia Autonoma di Trento-Servizio Urbanistica e Tutela del Paesaggio), che fornirà alcune informazioni sulle Dolomiti Patrimonio dell'Umanità; Alberto Carton (Università di Padova), che illustrerà il progetto internazionale della "Via Geoalpina"; Vajolet Masè e Riccardo Tomasoni, rispettivamente geologi del Parco Naturale Adamello Brenta e del Museo Tridentino di Scienze Naturali, che affronteranno alcuni aspetti specifici del Piano d'azione dell'Abg.

Saranno presenti anche Hubert Corsi (presidente del Parco Nazionale Tecnologico e Archeologico delle Colline Metallifere Grossetane) e Aniello Aloia (responsabile dell'Ufficio per il monitoraggio ambientale del Parco Nazionale Cilento e Vallo di Diano), che presenteranno la candidatura dei rispettivi parchi all'ingresso nella Egn a partire dal 2010.

Sono stati invitati ai due giorni di workshop anche i rappresentanti dei territori che intendono, a breve, aderire alla Rete europea dei geoparchi: Provincia di Viterbo-Università della Tuscia (Lazio), Parco Gola di Frasassi-Università di Camerino (Marche), Parco Regionale delle Alpi Marittime (Piemonte), Parco delle Alpi Apuane (Toscana), Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera (Lombardia), Gruppo Azione Locale Appennino Bolognese (Emilia-Romagna).

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domenica 17 gennaio 2010

Nuova polemica su Messner per il film sulla vetta assassina


BERLINO— Il 27 giugno 1970 non finirà mai per Reinhold Messner. I ghiacci, le cime dell’Himalaya intorno, la vetta della «killer mountain» raggiunta e poi la morte. Ancora oggi, quasi quarant’anni dopo, ogni volta che si parla di quella montagna, il Nanga Parbat, ogni volta che si ricorda quella scalata — una parete di 4.600 metri chiamata Rupal per raggiungere gli 8.125 del picco — corrono le accuse, si riaccendono le rivalità, tornano le invidie. Giovedì scorso, nelle sale tedesche è uscito il film, Nanga Parbat, che ricorda quella gloriosa e tragica giornata, quando i due fratelli Messner raggiunsero la cima e sulla via del ritorno Günther, il più giovane, fu portato via da una valanga. Reinhold dice che il film, del quale è stato consulente, non vuole riaprire vecchie ferite e dispute ormai chiuse.

Ma il figlio di Karl Maria Herrligkoffer, il capo di quella spedizione, sostiene invece che la ricostruzione è «una grave offesa all’onore» di suo padre. E chiede che il regista, Joseph Vilsmaier, e Messner si scusino pubblicamente. Quel 27 giugno, Reinhold, 26 anni, e Günther, 23, raggiungono la vetta del Nanga Parbat — Pakistan himalayano — dopo una salita difficilissima su quella che è considerata la parete più alta del pianeta. In cima, Günther, accusa mal di montagna, dice di non volere scendere per la stessa via, impegnativa come poche al mondo. Decidono di prendere il versante Diamir, più facile.

Durante la discesa, però, Günther, che è dietro al fratello, sparisce, con ogni probabilità travolto da una valanga. Reinhold lo cerca. Inutilmente. Torna al campo base solo sei giorni dopo, con un principio di congelamento ai piedi che gli costa l’amputazione di sei dita. Un ennesimo, grande dramma della montagna. Al quale segue la peggiore polemica che possa colpire uno scalatore. Max von Kienlin e Hans Saler, che fanno parte della spedizione, ma non sono riusciti ad arrivare in vetta, accusano Messner di avere fatto scendere il fratello dalla parete da cui erano saliti, la terribile Rupal, e di avere lui preso la via più facile per arrivare al campo per primo e raccogliere gli onori. Articoli di giornale, libri, televisioni all’attacco, processi. Accusa micidiale per un alpinista. Sconvolgente se riguarda un fratello. Da quel momento, per oltre trent’anni, Reinhold lotta contro quella ricostruzione. Finché, nel 2005, torna per l’ennesima volta sul Nanga Parbat, trova dei resti umani non lontano da dove aveva perso il fratello, li porta in Austria e l’esame del dna conferma che appartenevano a Günther. Li ha recuperati sul versante Diamir, lontano dalla parete Rupal: l’alpinista altoatesino prova così le sue ragioni e forse pensa di chiudere finalmente tre decenni e mezzo di accuse e di polemiche. Il fatto è che le storie di montagna, le conquiste delle vette — Reinhold ha toccato tutte le 14 cime che al mondo superano gli ottomila — le imprese epiche (nel 1980 scalò l’Everest in solitaria) non hanno mai la parola fine: vengono raccontate, fanno nascere il mito e con esso le invidie e le recriminazioni.

Forse, l’idea di partecipare come consulente a un film su quella vicenda è stata imprudente, per Messner. Ma a lui è sembrata la cosa giusta da fare. Non per raccontare la sua versione dei fatti, non per puntiglio ma per parlare di una tragedia, «quasi una tragedia greca», dice. «Non è una vendetta personale — ha spiegato —. È la storia di due fratelli. Una storia che parla di responsabilità reciproca, del rapporto tra fratello maggiore e minore. Un’avventura e una tragedia». Nessuna morale, insiste.

Il film inizia con i due giovani fratelli che scalano il muro in pietre di un cimitero e la torre di una chiesa in Alto Adige. Racconta della nuova generazione di alpinisti degli anni Sessanta, della quale i Messner erano i simboli: salivano veloci e leggeri, senza ossigeno, a differenza dei vecchi scalatori delle complicate spedizioni precedenti. Mette Reinhold (interpretato da Florian Stetter) e Günther (Volker Bruch) in contrasto con il capo spedizione Karl Maria Herrligkoffer (Karl Markovich), tradizionalista e ossessionato dalla «montagna dei tedeschi», dalla cima del Nanga Parbat che spedizioni partite dalla Germania avevano cercato più volte di conquistare e più volte avevano abbandonato lasciando morti tra le sue nevi (da qua il mito della «killer mountain»).

Verso la fine del film, Herrligkoffer sembra disinteressarsi del destino dei fratelli Messner, non ancora tornati al campo base: mentre Reinhold viene aiutato dalle popolazioni locali, si vede il capo spedizione che festeggia la conquista della vetta da parte di altri due scalatori, Peter Scholz e Felix Kuen. Anche questa una vecchia storia. Tornato al campo base, infatti, Reinhold accusò Herrligkoffer di avere abbandonato lui e suo fratello e lo denunciò per mancato soccorso. Si tenne un processo, ma due anni dopo la magistratura tedesca chiuse il caso dicendo che nessuno poteva essere legalmente considerato responsabile della morte di Günther. Su questa base, Klaus Herrligkoffer, figlio di Karl Maria, dice che il film stravolge la figura del padre e chiede la rettifica.



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