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martedì 26 gennaio 2010

Himalaya: i ghiacciai non spariranno nel 2035


NEW YORK, Usa -- Contrordine compagni. I ghiacciai dell'Himalaya non si scioglieranno entro il 2035 come aveva invece previsto l'Ipcc (Gruppo intergovernativo dell'Onu sul cambiamento climatico), premio Nobel per la pace nel 2007. E' stato l'Ipcc stesso a fare retromarcia e a porgere le scuse all'India per l'improvvida previsione datata 2007.

Una previsione che dava per certo, con l'attuale tendenza al riscaldamento climatico, lo scioglimento delle masse glaciali nei prossimi 25 anni, con conseguenze drammatiche sulla vita di circa 2 miliardi di persone che vivono con l'acqua che scende dalla catena montuosa più alta del mondo. La ricerca era stata fortemente criticata dal ministro dell'Ambiente indiano Jairam Ramesh, che attraverso il quotidiano Times of India aveva accusato lo studio di "mancanza di dati scientifici".
Ora, l'organismo delle Nazioni Unite, per voce del suo direttore Chris Field, riconosce l'errore e corre ai ripari. A breve renderà pubblico un nuovo studio che conterrà date diverse.
I ghiacciai himalayani, confermano diversi studi, stanno perdendo massa. Ma non al ritmo sostenuto dall'Ipcc. In una recente conferenza internazionale sul clima, è emerso che al passo attuale i ghiacciai himalayani si scioglieranno del 30 per cento entro il 2030, del 40 entro il 2050 e del 70 entro la fine del secolo. Cifre molto diverse da quelle rese note dall'Ipcc.
Lo scivolone dell'Ipcc è il secondo nel giro di pochi mesi. Segue a ruota lo scandalo dei dati "gonfiati" per evidenziare meglio il riscaldamento globale, finito su tutti i giornali del mondo.
Che il pianeta stia attraversando una fase di riscaldamento globale è fuori di dubbio. Ma sono le stime sul suo andamento ad essere messe in forte discussione. In uno studio che sarà prossimamente pubblicato dal Journal of Climate, rivista dell'American Meteorological Society, si evidenzia che, in base ai modelli attuali, dall'inizio dell'era industriale a oggi l'immissione nell'atmosfera di anidride carbonica avrebbe dovuto provocare un aumento della temperatura ben più alto di quello effettivamente registrato.
Rispetto alla quantità di CO2 emessa, la temperatura sarebbe dovuta aumentare di 2,11 gradi Celsius, invece è aumentata di 0,78. Secondo gli autori dello studio, guidati da Stephen Schwartz del Brookhaven National Laboratory, ciò è dipeso dall'interazione di diversi fattori. Il primo è che la Terra sarebbe meno sensibile all'aumento dei gas serra di quanto ipotizzato. Il secondo è che la riflessione dei raggi solari dovuta al pulviscolo atmosferico starebbe facendo diminuire il riscaldamento. Il terzo, che l'inerzia del riscaldamento dovuto ai gas serra è maggiore del previsto, anche se gli ultimi studi hanno fatto calare il ruolo di questo ultimo fattore.
In sintesi, conosciamo ancora poco di questo fenomeno. Gli scienziati sanno che la rotta va cambiata, ma non sanno ancora di quanti gradi effettuare la virata e soprattutto quando girare il timone.
Per questo gli esperti italiani del Comitato EvK2Cnr stanno raccogliendo una quantità considerevole di dati attraverso la rete di monitoraggio ad alta quota Share. I dati, resi disponibili alla comunità internazionale, serviranno per eleborare modelli previsionali più precisi di quelli attuali.


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Geoparchi italiani a confronto, a Montagne


“Pianificazione e comunicazione”, sono questi i temi del 2° Workshop dei Geoparchi in Italia che si terrà, il 18 e 19 febbraio 2010, presso la Casa-natura “Villa Santi”, la nuova struttura residenziale del Parco Naturale Adamello Brenta, nel Comune di Montagne. Il seminario si propone come un'opportunità per consolidare i rapporti tra i geoparchi italiani (il Parco Naturale Adamello Brenta è un Geoparco Unesco dal 2008), affrontare problematiche comuni e condividere esperienze e progetti. Un secondo obiettivo è quello di avviare nuove collaborazioni con i parchi italiani che hanno presentato la propria candidatura e stanno per entrare nella Rete europea e mondiale dei geoparchi Unesco (European geopark network-Egn). Dal punto di vista operativo, il workshop di febbraio a "Villa Santi" sarà l'occasione per discutere della pianificazione e gestione del patrimonio geologico, cominciando a lavorare sulla creazione di una banca dati comune relativa agli strumenti della comunicazione.

La due giorni sarà preceduta dall'insediamento ufficiale del Forum dei Geoparchi italiani, alla costituzione del quale sta lavorando l'Egn.

Parteciperanno al workshop: Claudio Ferrari (direttore del Parco Naturale Adamello Brenta), che relazionerà sulla pianificazione e gestione del patrimonio geologico dell'Adamello Brenta Geopark (Abg) attraverso il Piano d'azione; Nickolas Zouros (coordinatore della Rete europea dei geoparchi), che aggiornerà sullo stato dell'arte delle reti internazionali dei geoparchi; Maurizio Burlando (direttore del Parco Regionale del Beigua), che presenterà il Forum dei geoparchi in Italia; Angiola Turella (Provincia Autonoma di Trento-Servizio Urbanistica e Tutela del Paesaggio), che fornirà alcune informazioni sulle Dolomiti Patrimonio dell'Umanità; Alberto Carton (Università di Padova), che illustrerà il progetto internazionale della "Via Geoalpina"; Vajolet Masè e Riccardo Tomasoni, rispettivamente geologi del Parco Naturale Adamello Brenta e del Museo Tridentino di Scienze Naturali, che affronteranno alcuni aspetti specifici del Piano d'azione dell'Abg.

Saranno presenti anche Hubert Corsi (presidente del Parco Nazionale Tecnologico e Archeologico delle Colline Metallifere Grossetane) e Aniello Aloia (responsabile dell'Ufficio per il monitoraggio ambientale del Parco Nazionale Cilento e Vallo di Diano), che presenteranno la candidatura dei rispettivi parchi all'ingresso nella Egn a partire dal 2010.

Sono stati invitati ai due giorni di workshop anche i rappresentanti dei territori che intendono, a breve, aderire alla Rete europea dei geoparchi: Provincia di Viterbo-Università della Tuscia (Lazio), Parco Gola di Frasassi-Università di Camerino (Marche), Parco Regionale delle Alpi Marittime (Piemonte), Parco delle Alpi Apuane (Toscana), Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d'Esino e Riviera (Lombardia), Gruppo Azione Locale Appennino Bolognese (Emilia-Romagna).

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domenica 17 gennaio 2010

Nuova polemica su Messner per il film sulla vetta assassina


BERLINO— Il 27 giugno 1970 non finirà mai per Reinhold Messner. I ghiacci, le cime dell’Himalaya intorno, la vetta della «killer mountain» raggiunta e poi la morte. Ancora oggi, quasi quarant’anni dopo, ogni volta che si parla di quella montagna, il Nanga Parbat, ogni volta che si ricorda quella scalata — una parete di 4.600 metri chiamata Rupal per raggiungere gli 8.125 del picco — corrono le accuse, si riaccendono le rivalità, tornano le invidie. Giovedì scorso, nelle sale tedesche è uscito il film, Nanga Parbat, che ricorda quella gloriosa e tragica giornata, quando i due fratelli Messner raggiunsero la cima e sulla via del ritorno Günther, il più giovane, fu portato via da una valanga. Reinhold dice che il film, del quale è stato consulente, non vuole riaprire vecchie ferite e dispute ormai chiuse.

Ma il figlio di Karl Maria Herrligkoffer, il capo di quella spedizione, sostiene invece che la ricostruzione è «una grave offesa all’onore» di suo padre. E chiede che il regista, Joseph Vilsmaier, e Messner si scusino pubblicamente. Quel 27 giugno, Reinhold, 26 anni, e Günther, 23, raggiungono la vetta del Nanga Parbat — Pakistan himalayano — dopo una salita difficilissima su quella che è considerata la parete più alta del pianeta. In cima, Günther, accusa mal di montagna, dice di non volere scendere per la stessa via, impegnativa come poche al mondo. Decidono di prendere il versante Diamir, più facile.

Durante la discesa, però, Günther, che è dietro al fratello, sparisce, con ogni probabilità travolto da una valanga. Reinhold lo cerca. Inutilmente. Torna al campo base solo sei giorni dopo, con un principio di congelamento ai piedi che gli costa l’amputazione di sei dita. Un ennesimo, grande dramma della montagna. Al quale segue la peggiore polemica che possa colpire uno scalatore. Max von Kienlin e Hans Saler, che fanno parte della spedizione, ma non sono riusciti ad arrivare in vetta, accusano Messner di avere fatto scendere il fratello dalla parete da cui erano saliti, la terribile Rupal, e di avere lui preso la via più facile per arrivare al campo per primo e raccogliere gli onori. Articoli di giornale, libri, televisioni all’attacco, processi. Accusa micidiale per un alpinista. Sconvolgente se riguarda un fratello. Da quel momento, per oltre trent’anni, Reinhold lotta contro quella ricostruzione. Finché, nel 2005, torna per l’ennesima volta sul Nanga Parbat, trova dei resti umani non lontano da dove aveva perso il fratello, li porta in Austria e l’esame del dna conferma che appartenevano a Günther. Li ha recuperati sul versante Diamir, lontano dalla parete Rupal: l’alpinista altoatesino prova così le sue ragioni e forse pensa di chiudere finalmente tre decenni e mezzo di accuse e di polemiche. Il fatto è che le storie di montagna, le conquiste delle vette — Reinhold ha toccato tutte le 14 cime che al mondo superano gli ottomila — le imprese epiche (nel 1980 scalò l’Everest in solitaria) non hanno mai la parola fine: vengono raccontate, fanno nascere il mito e con esso le invidie e le recriminazioni.

Forse, l’idea di partecipare come consulente a un film su quella vicenda è stata imprudente, per Messner. Ma a lui è sembrata la cosa giusta da fare. Non per raccontare la sua versione dei fatti, non per puntiglio ma per parlare di una tragedia, «quasi una tragedia greca», dice. «Non è una vendetta personale — ha spiegato —. È la storia di due fratelli. Una storia che parla di responsabilità reciproca, del rapporto tra fratello maggiore e minore. Un’avventura e una tragedia». Nessuna morale, insiste.

Il film inizia con i due giovani fratelli che scalano il muro in pietre di un cimitero e la torre di una chiesa in Alto Adige. Racconta della nuova generazione di alpinisti degli anni Sessanta, della quale i Messner erano i simboli: salivano veloci e leggeri, senza ossigeno, a differenza dei vecchi scalatori delle complicate spedizioni precedenti. Mette Reinhold (interpretato da Florian Stetter) e Günther (Volker Bruch) in contrasto con il capo spedizione Karl Maria Herrligkoffer (Karl Markovich), tradizionalista e ossessionato dalla «montagna dei tedeschi», dalla cima del Nanga Parbat che spedizioni partite dalla Germania avevano cercato più volte di conquistare e più volte avevano abbandonato lasciando morti tra le sue nevi (da qua il mito della «killer mountain»).

Verso la fine del film, Herrligkoffer sembra disinteressarsi del destino dei fratelli Messner, non ancora tornati al campo base: mentre Reinhold viene aiutato dalle popolazioni locali, si vede il capo spedizione che festeggia la conquista della vetta da parte di altri due scalatori, Peter Scholz e Felix Kuen. Anche questa una vecchia storia. Tornato al campo base, infatti, Reinhold accusò Herrligkoffer di avere abbandonato lui e suo fratello e lo denunciò per mancato soccorso. Si tenne un processo, ma due anni dopo la magistratura tedesca chiuse il caso dicendo che nessuno poteva essere legalmente considerato responsabile della morte di Günther. Su questa base, Klaus Herrligkoffer, figlio di Karl Maria, dice che il film stravolge la figura del padre e chiede la rettifica.



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